Archive for the ‘libro’ Category

La versione di Barney.

marzo 17, 2008

 

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Questo libro è un piccolo capolavoro scritto da Mordecai Richler, autore canadese che lo ha scritto nel 1992, regalandoci uno dei libri più divertenti e dissacranti degli ultimi anni. Il protagonista è Barney Panofsky, un personaggio con evidenti tratti autobiografici. Il libro è scritto come un insieme di memorie scritte dallo stesso Panofsky per difendersi dall’accusa di omicidio lanciatagli dal suo nemico personale Terry McIver in seguito alla scomparsa del suo amico Bernard “Boogie” Moscovitch. Di fatto poi lo scritto diventa l’avvincente autobiografia di Panofsky, seppure caratterizzata da continui flash back che fanno in modo che il lettore riesce a mettere insieme tutti gli elementi solo alla fine del libro. Quest’ultimo è diviso in tre parti, una per ogni moglie del protagonista, ed è ricchissimo di situazioni divertenti e paradossali che rendono godibilissima la sua lettura. Un libro eccezionale, superate le prime pagine ci si immerge nella vita di Panofsky e le 500 pagine del tomo scorrono veloci una dopo l’altra. Un capolavoro.

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Fahrenheit 451, un libro sempre attuale.

febbraio 25, 2008

Questo bellissimo libro di Ray Bradbury è secondo me una denuncia della degenerazione che nelle società moderne può raggiungere il mondo dell’informazione. Da questo punto di vista è un libro perfettamente attuale. Nella società descritta da Bradbury l’uso dei libri è severamente vietato, e il loro possesso è un crimine perseguito con la pena di morte. In compenso tutte le case sono dotate di maxischermi televisivi, in modo che tutti i cittadini possano essere adeguatamente disinformati dai media, ovviamente controllati dal regime. I rapporti interpersonali vengono sistematicamente scoraggiati: i cittadini apprendono tutto quello che c’è da apprendere dalla televisione. In una società di questo tipo ovviamente la depressione è la regola, ma niente paura: l’uso sistematico di droghe allevia tutte le sofferenze.

Il protagonista del libro è un Milite del Fuoco, Guy Montag. Questi compie con solerzia il suo lavoro: trovare tutti i libri – nascosti illegalmente da pochi ribelli al sistema – e bruciarli. Alle volte assieme ai loro proprietari. La sua vita trascorre tranquilla (se mi è permessa questa espressione), fino al giorno in cui trasgredisce le regole e legge un brano di un libro. Comincia una passione divorante, che lo porterà a sottrarre dalla distruzione una quantità crescente di volumi e a crearsi una propria biblioteca segreta. Scoperto, dovrà fuggire per sottrarsi alle conseguenze della sua ribellione, essendo ormai divenuto una persona socialmente pericolosa. Si rifugerà in aperta campagna, aggregandosi a una comunità di dissidenti che per non disperdere la cultura hanno imparato a memoria innumerevoli libri, per tramandarli alle generazioni future. La città di Montag finirà distrutta da un bombardamento atomico: in realtà la nazione era in guerra, ma la disinformazione sistematicamente messa in atto dal sistema teneva tutti i cittadini all’oscuro delle tragiche conseguenza dello stato di belligeranza.

Un libro dai contenuti splendidi, scritto in modo molto scorrevole e di drammatica attualità, visto lo stato di coma profondo – per non dire di sistematica demolizione del concetto stesso di informazione oggettiva e indipendente – in cui si sono ridotti i media al giorno d’oggi. Spegniamo le televisioni. Accendiamo i nostri cervelli.

Fabio Volo e la mediocrità italiana.

febbraio 13, 2008
Ho appena finito di leggere il libro di Fabio Volo “Il giorno in più”. Devo dire che mi ha lasciato molto deluso. Alla delusione ha fatto seguito una profonda perplessità. Se un libro così – che in pratica è una rassegna stampa di ovvietà , frasi fatte e situazioni altamente prevedibili – vende centinaia di migliaia di copie un motivo ci deve essere. Un motivo che probabilmente va ricercato nella mediocrità imperante in questo scassato paese. Il target di Fabio Volo è proprio l’uomo-medio italiano, con la sua piccola vita fatta di riti scontati e stereotipati, tutto sommato contento di recitare la sua particina preconfezionata. Lungi dal riflettere sulla sua condizione di cittadino perso in una società in decomposizione, l’uomo-medio italiano cerca l’adulazione. Vuole sentirsi dire che la sua vita insipida è grandiosa. E’ questa, in fondo, l’abile operazione commerciale di Fabio Volo: si tratta di pura apologia della mediocrità. Le storielle d’amore insipide, le piccole abitudini quotidiane elevate a mito. Un’operazione commerciale molto più intelligente di quella portata avanti da Federico Moccia, che si limita a vendere pattume letterario ai teenagers lobotomizzati. Di questo bisogna dargli atto. Rimane tuttavia l’ennesimo sintomo di malessere in una società allo sbando, ormai incapace di riflettere sui propri problemi.

A proposito di Federico Moccia…

gennaio 31, 2008

… guardatevi questo divertente video trovato su youtube! Si tratta della risposta al video ufficiale del film “Scusa ma ti chiamo amore”, tratto dal libro di Federico Moccia. La rete dimostra ancora una volta di essere il mezzo di informazione più democratico e libero che ci sia. In Italia c’è ancora qualcuno con il cervello connesso!! 🙂

Il successo di Federico Moccia: inequivocabile segnale del degrado della società italiana.

gennaio 29, 2008

Dal mio punto di vista sui libri scritti da Federico Moccia c’è poco da dire: si tratta di carta straccia. Penso a “Tre metri sopra il cielo”. Un brivido di freddo mi scorre lungo la schiena. Ha venduto centinaia di migliaia di copie. Una storiella d’amore (amore?!?!) adolescenziale piatta, ridicola, banale. I personaggi sono una banda di mantenuti che senza alzare una pietra (molti di loro sono dediti a furti, aggressioni e raggiri vari) girano griffati dalla testa ai piedi. Un’elencazione di marche e locali alla moda. Chi lavora facendosi il mazzo è un povero pirla, chi vive di aggressioni e furti è un vincente. Un libro profondamente amorale e diseducativo. Non parlo degli altri suoi libri in un sussulto di amor proprio e di rispetto per la letteratura.

Dai libri di Moccia sono stati tratti anche dei film, per la gioia di una generazione di teenagers cresciuti nel culto del Grande Fratello e guardando Maria De Filippi. L’ultimo della serie è il patetico “Scusa ma ti chiamo amore”. Raul Bova e Michela Quattrociocche recitano da cani. Forse sarebbe meglio dire che non recitano. Che altro aspettarsi da una generazione di attori formatisi nel dorato e irreale mondo della televisione e non facendosi il mazzo a teatro??

Questo ridicolo film ha incassato in tre giorni quattro milioni e seicentomila euro. Pazzesco. Tanto di cappello a Federico Moccia e al suo conto in banca: questo autore ha saputo sfruttare alla grande il degrado culturale che attualmente impera in Italia. Un degrado che trova le sue radici in una televisione e più in generale di un’informazione che fanno schifo, ma che sono stati acriticamente accettati dai giovani, che si sono bevuti tutta la spazzatura televisiva come delle spugne. Il bello è che questi ragazzi, che adesso sognano una vita facile basate sull’ozio e sulle griffe, dovranno affrontare la dura realtà del lavoro (quando c’è) sottopagato e precario. In bocca al lupo, ragazzi!!

Moby Dick.

gennaio 24, 2008
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Disgustato dalle vicende della nostra scassata e ridicola società mi sono rifugiato nei libri: in questi giorni ho finito di rileggere “Moby Dick”, un classico della letteratura americana scritto nel 1851 da Herman Melville. Quando uscì ai suoi tempi non riscosse il minimo successo: quest’opera alla morte dell’autore (1891) era stata del tutto dimenticata.

E’ la storia della baleniera Pequod, comandata dal cupo capitano Achab, che insegue nei mari di mezzo mondo Moby Dick, mitica balena bianca che alla fine distruggerà la nave e massacrerà tutto l’equipaggio, con l’eccezione di Ismael, voce narrante del libro. Sul significato di Moby Dick e sul pensiero di Melville si sono scritti metri cubi di trattati, ho letto in giro le opinioni più disparate, e trovo normale che sia così. Questo libro infatti, pur potendo essere letto solo come una semplice storia d’avventura nei mari, è anche incredibilmente ricco di pensieri filosofici, di meditazioni sulla religione, sulla società e sull’arte. Insomma, può essere gustato su diversi piani e a diversi livelli di lettura. Una miniera inesauribile di occasioni per riflettere. E’ quindi il classico libro da rileggere ogni tot anni, cosa che faccio regolarmente con grande soddisfazione.

Un aspetto che mi ha sempre affascinato è l’atmosfera di attesa che si consuma lentamente, fino all’inevitabile disastro finale che di fatto viene presagito in tutto il libro. Insomma una visione del mondo fatalistica, in cui all’uomo non viene data molta possibilità di scelta se non quella di recitare bene o male la parte che il Destino ha scritto per lui.

Come cittadino della scassata Repubblica Italiana devo dire che mi trovo molto vicino al pensiero di Melville: devo subire scelte fatte da altri, sulle quali non ho possibilità di agire. Insomma, Moby Dick come allegoria della nostra classe politica…

Nuova fuga nella letteratura.

gennaio 19, 2008

Appena tornato dalle ferie non ho il coraggio di rituffarmi nella vita italiana. L’idea di leggere news sul pattume di Napoli, su Mastella, Cuffaro o altra immondizia mi provoca conati di vomito. Non c’è motivo per farsi del male. Fuori piove, quindi ne approfitto per continuare la lettura di uno dei classici che ho maggiormente amato: si tratta di Moby Dick, dello scrittore americano Herman Melville. Un capolavoro. Una splendida allegoria della precarietà della condizione umana. Il mio primo pensiero va a Melville stesso. Questo scrittore americano passò diversi anni della sua vita sulle navi, a metà del diciannovesimo secolo. Dai lunghi viaggi fatti intorno al globo trasse il materiale da cui scrisse i suoi libri. All’inizio della sua carriera di scrittore ebbe un certo successo con alcuni romanzi d’avventure (Taipi, del 1846 e Omoo, del 1847). Con Moby Dick, del 1851, cambiò completamente genere, passando dall’avventura picaresca alla riflessione esistenziale. Ovviamente il pubblico non lo comprese, tanto che alla sua morte (nel 1891), questo libro era stato completamente dimenticato, come il suo autore. Oggi viene considerato da tutti uno dei capolavori assoluti della narrativa americana. Stranezza della vita: in genere coloro che vengono acclamati geni post mortem quando sono vivi vengono considerati dei poveri cialtroni.

Chissà quali geni si nascondono oggi in Italia. Bhè, senz’altro ce ne sono, ma devo dire che al momento si nascondono molto bene…

BASTA!!! Mi rifugio nella letteratura.

dicembre 3, 2007

Ho appena dato una sbirciata alle notizie ansa. Il gip di Milano Clementina Forleo sarà trasferita d’ufficio e tanti saluti. Non una parole sulle vicende giudiziarie sulla quale stava indagando. Alla faccia dell’informazione. Oltre al danno, anche la beffa. La vicepresidente della Prima Commissione di Palazzo dei marescialli, Letizia Vacca, dice (tra le altre incredibili puttanate che non posto per pudore): “Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano.”

Non ho parole. L’Italia ormai è un paese senza speranza, senza direzione, senza futuro, alla deriva. Ne ho la scatole piene. In questi momenti di sconforto cerco consolazione nei libri. Tra gli scrittori che amo di più c’è George Orwell. In particolare mi piace moltissimo “La fattoria degli animali”, eccezionale libro che con una semplicità disarmante descrive l’evoluzione della Rivoluzione Russa del 1917, ma in realtà si presta bene come modello per capire tutte le rivoluzioni. I suonatori cambiano, la musica rimane la stessa. Grande Orwell!

Per distrarmi e non pensare alla disatrosa situazione del carrozzone Italia, ho cominciato a scrivere una nuova pagina in questo blog (“I miei libri preferiti”), dove col tempo – quando sarò colto dall’ispirazione – aggiungerò quelli che ritengo mi abbiano dato di più. Lo so, è un’amara consolazione. Anzi, è una ben misera consolazione. Ma è sempre meglio che spararmi una revolverata in testa.

Piena solidarietà al giudice Clementina Forleo!

Omaggio a George Orwell.

novembre 19, 2007

La cessosissima situazione polico-sociale italiana mi fa venire in mente l’ultima frase del libro “La fattoria degli animali”, del grande scrittore Geoge Orwell, uno dei miei preferiti. La cito:

“Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere tra i due”

Grande Orwell. Lui aveva già capito tutto. Incredibile come la storia si ripeta, e l’uomo non impara mai niente dai suoi errori.