Nuova fuga nella letteratura.

Appena tornato dalle ferie non ho il coraggio di rituffarmi nella vita italiana. L’idea di leggere news sul pattume di Napoli, su Mastella, Cuffaro o altra immondizia mi provoca conati di vomito. Non c’è motivo per farsi del male. Fuori piove, quindi ne approfitto per continuare la lettura di uno dei classici che ho maggiormente amato: si tratta di Moby Dick, dello scrittore americano Herman Melville. Un capolavoro. Una splendida allegoria della precarietà della condizione umana. Il mio primo pensiero va a Melville stesso. Questo scrittore americano passò diversi anni della sua vita sulle navi, a metà del diciannovesimo secolo. Dai lunghi viaggi fatti intorno al globo trasse il materiale da cui scrisse i suoi libri. All’inizio della sua carriera di scrittore ebbe un certo successo con alcuni romanzi d’avventure (Taipi, del 1846 e Omoo, del 1847). Con Moby Dick, del 1851, cambiò completamente genere, passando dall’avventura picaresca alla riflessione esistenziale. Ovviamente il pubblico non lo comprese, tanto che alla sua morte (nel 1891), questo libro era stato completamente dimenticato, come il suo autore. Oggi viene considerato da tutti uno dei capolavori assoluti della narrativa americana. Stranezza della vita: in genere coloro che vengono acclamati geni post mortem quando sono vivi vengono considerati dei poveri cialtroni.

Chissà quali geni si nascondono oggi in Italia. Bhè, senz’altro ce ne sono, ma devo dire che al momento si nascondono molto bene…

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